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La serie Woke “Queen Cleopatra” di Netflix fa il botto ed ottiene un punteggio medio del 2%

Si dice che Cleopatra, l’ultima sovrana dell’Egitto della dinastia dei Tolomei, si sia suicidata per mezzo del veleno. Si può dire che anche la nuova serie di Netflix sulla sua figura storica si sia suicidata, anche se con altri mezzi.

La serie, che ha debuttato il 10 maggio ed è al 6° posto nella “Top 10” di Netflix, ha attualmente un punteggio medio del 2% da parte del pubblico su Rotten Tomatoes ed un punteggio medio della critica dell’11%.

Lo show non è andato meglio con i recensori di IMDB, dove ha un punteggio di 1,1 su 10. Al momento della pubblicazione, il 94,2% (circa 37.000) delle circa 39.000 valutazioni ricevute dalla serie ha dato il voto più basso possibile.

Forbes ha osservato:

I fan di solito valutano le cose con voti più alti rispetto ai critici, anche per i cattivi spettacoli, e il punto è che un punteggio dell’1% del pubblico sembra al limite matematicamente impossibile, anche con le polemiche che il film ha attirato

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Sebbene l’attrice protagonista Adele James possa essere una drammaturga di talento, la decisione di affidare il ruolo ad un’attrice di colore e la corrispondente inquadratura antistorica dello spettacolo si sono rivelate controverse negli ultimi mesi.

TheBlaze ha precedentemente riferito che sin dalla pubblicazione del trailer dello show, il progetto è stato ampiamente criticato sui social media per aver ritratto la figura storica come di colore.

Cleopatra era infatti di origine greco-macedone.

“Dalla produttrice esecutiva Jada Pinkett Smith nasce una nuova serie di documentari che esplora le vite di importanti ed iconiche regine africane”, si legge nella descrizione del film dall’account YouTube di Netflix.

Una voce fuori campo nel trailer dice: “Ricordo che mia nonna mi disse: ‘Non mi interessa quello che ti dicono a scuola. Cleopatra era nera“.

La scelta del casting è stata ampiamente criticata, soprattutto alla luce dell’affermazione che la serie sarebbe stata undocumentario” – e quindi in qualche modo corrispondente alla realtà storica.

Una risposta popolare all’annuncio recitava: “L’Egitto è vario nei colori della pelle, non c’è un unico aspetto egiziano, quindi si potrebbe fare un documentario sui governanti egiziani neri, ma Cleopatra era di origine greca e presentare la sua storia come una battaglia tra i nativi egiziani e gli oppressivi tiranni romani è estremamente anacronistico“.

La BBC ha riferito che Zahi Hawass, egittologo di spicco ed ex ministro delle Antichità, si è espresso contro lo spettacolo, affermando: “È completamente falso. Cleopatra era greca, il che significa che aveva la pelle chiara, non nera“.

Netflix sta cercando di provocare confusione diffondendo fatti falsi ed ingannevoli secondo i quali l’origine della civiltà egizia sarebbe nera”, ha aggiunto Hawass, che ha indicato che gli unici sovrani neri conosciuti dell’Egitto erano i re kushiti della 26ª dinastia (747-656 a.C.).

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Altri hanno accusato la piattaforma di streaming di appropriazione culturale e di revisionismo storico.

Mentre alcuni sostenevano che qualsiasi attore avrebbe potuto interpretare il ruolo, Jada Pinkett Smith, produttrice esecutiva e narratrice del progetto, ha dichiarato a proposito della scelta del casting: “Non capita spesso di vedere o sentire storie di regine nere, e questo era davvero importante per me”.

Tina Gharvi, regista della serie, ha chiarito in anticipo che le sue intenzioni erano ideologiche.

Ha infatti scritto su Variety: “La sua pelle era davvero così bianca? Con questa nuova produzione, potevo trovare le risposte sull’eredità di Cleopatra e liberarla dalla morsa che Hollywood aveva posto sulla sua immagine“.

La creatrice dello spettacolo, universalmente criticata, ha aggiunto: “Facendo ricerche, mi sono resa conto di quale atto politico sarebbe stato vedere Cleopatra interpretata da un’attrice nera. … Perché Cleopatra non dovrebbe essere una sorella melanconica? E perché alcune persone hanno bisogno che Cleopatra sia bianca? La sua vicinanza alla bianchezza sembra darle valore, e per alcuni egiziani sembra essere davvero importante“.

Tina Gharvi ha sottolineato che non si trattava di un semplice documentario, ma di propaganda: “Dobbiamo parlare con noi stessi del suprematismo bianco interiorizzato con cui Hollywood ci ha indottrinato”.


TheBlaze.com

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